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Ma che bontà.


Ma che bontà. Ma che bontà...

Un giorno ricevi una telefonata e una bella voce femminile, quella della conduttrice Angela Label, ti chiede se ti farebbe piacere partecipare ad una trasmissione tv in diretta in qualità di wineblogger.

La risposta, immediata, fresca e genuina, è: "Si certo! con molto piacere."

Poi, subito dopo aver riattaccato, iniziano le domande, i dubbi... Cosa dovrò dire, cosa dovrò fare, come mi dovrò vestire... Chi era mai stato in tv? E poi in diretta, un'ora... Però la cosa era troppo eccitante ed entusiasmante.

Ganza! Per dirla alla toscana.

Cool, per spiegarla agli anglosassoni.

Dovrò presentare ed abbinare un vino al peposo alla fornacina.

Bello! Sono contento!

Un piatto a cui si legano molte storie ed aneddoti, arte e cultura. Occorre quindi trovare un vino "giusto" come abbinamento da un punto di vista enogastronomico sicuramente, ma altrettanto ricco di storie, curiosità, particolarità e originalità e che abbia un legame ad un livello anche più profondo anche dal punto di vista territoriale.

Non ho dubbi! Chiamo la mia amica Francesca Semplici della Fattoria di Montecchio.

"Ma quel vino che parzialmente viene affinato in terracotta, che ne dici se..."

"Wow, si... la Gran selezione è perfetta... quando vieni a prenderlo?"

Diciamo che in due righe ho riassunto l'entusiasmo e la passione reciproca per l'evento e per il mondo del vino in generale. Fantastico! Sono eccitatissimo!

Ed inizia così l'avventura... arrivo negli studi, emozione a mille... vengo truccato per la prima volta nella mia giovane vita, fra pochi giorni compirò 46 anni, dalla bravissima Rossella Bresciani make-up artist dei vip, mi presentano gli altri ospiti...

Masti Alessandro, voce famosa di radio toscana e uomo di spettacolo.

Cristina Trambusti, chef de L'osteria dell'ok, che cucinerà il peposo.

2 minutiiiii...

10 secondiiii...

In ondaaaaaa...


Il peposo alla fornacina è un piatto tipico di Impruneta, paese delle colline fiorentine rinomatissime per la "terracotta" (un'argilla contenente sabbia, carbonato di calcio e ossido di ferro, che conferisce alla terracotta il suo caratteristico colore rossiccio), da cui si ottengono vasi, mattoni, orci e altri materiali in cotto e per il Chianti Classico gallo nero docg.

Vedi: "La leggenda del gallo nero"

Sono stati proprio gli addetti alla cottura dei mattoni nelle fornaci (i fornacini) che hanno creato questa preparazione: in un angolo della fornace, mettevano un tegame di coccio con tutti gli ingredienti affogati nel vino; dopo 5 ore il piatto era pronto. Si narra che, al tempo del Brunelleschi, durante la costruzione della famosa cupola della Cattedrale di Santa Maria in Fiore, che poi è il Duomo di Firenze, i fornacini facessero ampio uso di questa pietanza.

Questo binomio, vino e terra, Chianti classico e terracotta, è strettissimo per la Fattoria di Montecchio, che ha addirittura una fornace all'interno, dove produce anche orci da vino.

Vedi: "Fattoria di Montecchio dalla terra alla terracotta"

In tali orci, affina anche parte del sangiovese che poi va nel Chianti Classico Gran selezione.


La lunga cottura del peposo rende i sapori molto concentrati ed intensi che si aggiungono alla forte speziatura di pepe, il che richiede un abbinamento con un vino che sia morbido ma anche complesso e persistente con richiami alle note terziarie speziate.

Ecco che il Chianti classico Gran Selezione 2015 della Fattoria di Montecchio, risulta essere ideale, in quanto è un equilibrato blend fra vino affinato in legno, che conferisce appunto le note speziate e aggiunge complessità ed eleganza, e affinamento in terracotta, che conserva e evidenzia le note più tipiche, fresche e caratteristiche dell'uva e del territorio, conferendo rotondità e morbidezza.

Una curiosità: è proprio nel periodo della costruzione del Duomo di Firenze che ha avuto origine il modo di definire "a ufo" quello che si ottiene senza pagare. Infatti, siccome tutto ciò che era destinato alla fabbrica del Duomo (marmi, legname, ecc.) era esentasse, sui materiali che arrivavano all'Opera da tutta la Toscana, veniva scritto "Ad Usum Florentinae Operae", che veniva abbreviato con la sigla "A U.F.O." e da questo è nato il famoso detto.

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