Marche: terra di “o”… o forse di “e”?
- NasoDVino

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Marche: terra di “o”… o forse di “e”?
Ci sono regioni che nel vino cercano una direzione.

E poi ci sono le Marche, che sembrano vivere da sempre dentro un eterno dualismo. Quasi una discussione da osteria che va avanti da generazioni. Di quelle che non finiscono mai davvero, perché in fondo nessuno vuole vincerle. Vuole soltanto continuare a raccontarle.
Sabato scorso, nella splendida cornice della Mole Vanvitelliana di Ancona, durante l’evento organizzato dai FIVI Marche — che ringrazio sinceramente per l’invito e l’accoglienza — mi sono ritrovato immerso proprio dentro questi dualismi. Stimolanti, provocatori, identitari. A volte persino romantici.
Verdicchio di Jesi o Verdicchio di Matelica?
Vernaccia di Serrapetrona o Lacrima di Morro d’Alba?
Passerina o Pecorino?
Montepulciano d’Abruzzo o Grenache… pardon… Bordò, per gli ultimi irriducibili romantici delle colline marchigiane?
Domande che qui non sono semplici questioni enologiche. Sono appartenenza.
Campanile.
Famiglia.
Terra.
Le Marche del vino non urlano quasi mai. Sussurrano. E forse proprio per questo riescono ancora ad avere un fascino autentico, quasi contadino, in un mondo del vino che troppo spesso rincorre soltanto mode, punteggi e algoritmi.
Girando fra i banchi dei piccoli artigiani viticoltori marchigiani si percepisce una cosa molto chiara: qui il territorio non è marketing. È ancora vita vera. È ancora terra sotto le unghie. È ancora il racconto di vigne che cambiano volto nel giro di pochi chilometri.
Ed è proprio questo il bello.
Perché il Verdicchio di Jesi ti accarezza spesso con la sua solarità mediterranea, mentre quello di Matelica ti guarda negli occhi con quella verticalità più montana, quasi introversa.
La Vernaccia di Serrapetrona danza fra spezie, fragoline e bollicine rosse fuori dal tempo, mentre la Lacrima di Morro d’Alba sembra quasi voler sedurre il naso prima ancora della bocca con quei suoi profumi carnali, floreali, quasi sensuali.
La Passerina gioca spesso sulla freschezza immediata, sul sole e sulla convivialità, mentre il Pecorino ormai ha trovato interpretazioni sempre più profonde, strutturate e contemporanee.
E poi c’è lui… il Bordò. Quel Grenache marchigiano che ancora oggi resiste quasi come un racconto tramandato sottovoce fra i filari. Uno di quei vini che sembrano appartenere più ad un passato romantico che ad un presente commerciale. Eppure forse proprio per questo incredibilmente affascinanti.
Ma la vera domanda che mi sono portato a casa da Ancona è un’altra.
E se le Marche smettessero di vivere questi vitigni come contrapposizioni?
E se invece dell’“o” separativo si iniziasse finalmente a ragionare con un “e”?
Verdicchio di Jesi e Verdicchio di Matelica.
Passerina e Pecorino.
Lacrima e Vernaccia.

Perché forse la forza di questa regione non sta nello scegliere da che parte stare. Sta proprio nella sua capacità di essere plurale. Sfaccettata. Perfino contraddittoria.
Una regione che grazie soprattutto ai piccoli vignaioli indipendenti riesce ancora a mantenere intatto un patrimonio di biodiversità, tradizioni e identità che altrove si è perso o omologato.
E la cosa più interessante è che molti di questi vini, apparentemente ancorati ad un passato nostalgico e territoriale, stanno invece trovando interpretazioni moderne, dinamiche, contemporanee. Meno pesanti. Più gastronomiche. Più bevibili. Più internazionali senza perdere accento marchigiano.
Forse il futuro delle Marche del vino non sarà scegliere chi vincerà fra Jesi e Matelica. Forse sarà semplicemente capire che entrambe raccontano la stessa anima da prospettive diverse.
Come due lati della stessa collina guardata all’alba e al tramonto.
E in fondo il vino, quello vero, non dovrebbe mai dividere. Dovrebbe sempre unire.
benBevuto/a nelle Marche dei vignaioli indipendenti.
Quelle che non cercano scorciatoie. Quelle che ancora profumano di terra, mani e memoria.






























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