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MILLE VITIGNI, MILLE ARTIGIANI, MILLE STILI


Mercato FIVI
Mercato FIVI

MILLE VITIGNI, MILLE ARTIGIANI, MILLE STILI


Ci sono eventi che raccontano il vino.

E poi ci sono eventi che lo incarnano.


Nei giorni 15, 16 e 17 novembre, BolognaFiere ha ospitato la 14ª edizione del Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti FIVI, e il dato che più di ogni altro ha definito la portata dell’evento è stato uno soltanto:


1.000 vignaioli presenti.


Da ogni regione d’Italia.

Mille storie. Mille dialetti. Mille identità.


È qui che il vino italiano ha mostrato il suo vero volto: non uno, ma mille. Un mosaico di vitigni, territori, suoli, microclimi, mani, stili, filosofie.

Il vino italiano è profondamente identitario perché non ha una sola voce: ne ha 1000, e ognuna parla la sua lingua.

C’è chi sussurra sabbia marina, chi canta roccia vulcanica, chi scrive con argilla, chi scolpisce in calcare.


Il vino artigianale è questo: unicità premiata, diversità che diventa valore.


Forse il titolo di questo articolo è già nato:


Mille vitigni, mille artigiani, mille stili.”

O forse, semplicemente: “Italia.


COME SI MUOVE NASODVINO TRA MILLE CALICI?


Tra rossi, bianchi, bollicine, macerati e ossidazioni, muoversi tra gli stand FIVI non è un giro: è un viaggio. E come ogni viaggio, va affrontato con metodo (e stomaco saldo).


👉 La mattina la dedico ai rossi, quando la bocca è più neutra e la mente più lucida.


Quest’anno, il mio focus è stato sui “trasparenti”, quei rossi che nel colore lasciano filtrare la luce e nell’anima lasciano spazio all’eleganza.

Chi non sa a cosa mi riferisco… può scoprirlo nel mio libro ONE: Oltre Ogni Nuova Emozione, dove la teoria della luce del vino svela anche i suoi segreti più delicati.


👉 Il pomeriggio, invece, l’ho dedicato ai bianchi e alle bollicine, scegliendo tre vitigni come filo conduttore:


Vernaccia di San Gimignano, la verticalità della pietra;


Trebbiano Spoletino, l’abbraccio dell’Umbria;


Timorasso, l’eco minerale che viene dal profondo.


Vitigni diversi, territori distanti, ma con un punto in comune: la luce. Quella che attraversa il bicchiere e arriva dritta al pensiero.


È un metodo?


Forse.


È una filosofia?


Anche.


È sopravvivenza?


Senzadubbiamente!


E adesso… lasciamo parlare loro. Le cantine. I vini. Le storie.

Ne ho degustate diverse, e ognuna mi ha lasciato un segno preciso.

Qui sotto troverai le recensioni, una per una, perché quando il vino è vero, merita voce, spazio e rispetto.


Iniziamo il viaggio? 🍷✨


🌓 I BIANCHI DELLA LUCE


La trasparenza del pensiero, il respiro minerale, l’eleganza che filtra come un raggio nelle vene del bicchiere.


Tollena – Vernaccia di San Gimignano

Una Vernaccia scolpita nella pietra: verticale, essenziale, quasi monastica. Ha la postura dell’architettura romanica e il respiro del vento che sale dalle colline. Silenziosa… ma non muta.


Qui la luce cambia intensità. La Vernaccia prende spessore senza perdere tensione. È un progetto famigliare gestito da tre fratelli, che hanno saputo ascoltare il territorio con competenza tecnica e sensibilità sensoriale. Una Vernaccia che non rincorre la moda… la anticipa.


La memoria fatta vino. La Vernaccia come rito, come preghiera, come terra che ha qualcosa da insegnare. Un sorso che ti guarda negli occhi e non si sposta. La “Maestra” del territorio.


L’Umbria che abbraccia. Il Trebbiano Spoletino ha una voce sua, corposa ma gentile, come un dialetto che ti accoglie. Qui respira foglia, linfa e bosco. Un bianco che sa stare in piedi.


Liguria all’attacco. Salino, teso, con una vena aromatica che sembra correre in apnea tra scogli e macchia mediterranea. Il Pigato quando è ben fatto… profuma di vento laterale.


Timorasso: la pietra che parla. Un vitigno che diventa geologia liquida. Qui la mineralità non accompagna: guida. È un vino che chiede tempo… ma poi restituisce profondità.


La bollicina come eleganza verticale. Metodo classico che vibra, che respira montagna. Qui non è lo zucchero a parlare, ma l’altitudine. Un sorso che ti rialza la schiena.


🌒 I ROSSI TRASPARENTI – LA LUCE CHE SI FA CARNE


Sottili nel colore, profondi nella voce. Se la luce passa… allora il vino ha qualcosa da dire.


Piemonte in dialetto. Il Nebbiolo qui non è austero: è affilato e gentile. La Vespolina porta pepatura e ritmo. Una coppia da camera… e da terroir.


Profondità, concentrazione, ma con sorprendente freschezza. L’Amarone che non influenza… ma convince. Corpo e anima, ma senza pesare.


Rock dolomitico. È Nebbiolo in volo: minerale, alpino, tagliente. Qui il tannino non cammina: arrampica. La trasparenza ha il passo dell’alpinista.


Volterra non è solo tufo: qui il segreto sono le argille blu, le più rare e ricercate. Una mano agricola e un’anima etrusca. Vini che parlano di profondità antica, come se il tempo avesse lasciato i suoi appunti nel sottosuolo. La Toscana che non copia — crea.


Il nome dice già tutto. Un progetto che riporta il vino al suo istinto: rosso, vero, diretto. Senza troppi “-ismi”. Il naturale quando ha etica e mano.


Agrumi e ciliegia scura. Il Sangiovese che non alza la voce ma lascia tracce. Qui il tannino è “piuma”, ma la sapidità… affonda. Segno distintivo del territorio.


🌑 LE VOCI SCURE – I VINI DELLA PROFONDITÀ


Classico, elegante, fedele. Un Brunello che non rincorre mode ma custodisce radici. Il Sangiovese quando diventa memoria.


Montalcino lato pensiero: qui si sente la mano, la scelta, il dettaglio. Un Brunello che parla piano… ma resta.


Serietà, struttura, ma senza severità. Un Barolo che non alza muri, ma apre finestre. La Langa quando decide di sorridere.


Sardegna fuori dagli schemi. Niente mare: bosco, resina, granito. Il Cannonau “di montagna” che racconta la Barbagia con una luce obliqua.


Qui il granito canta. Ha più carne, più materia, ma resta affilato. Il Cannonau come identità verticale.


L’Etna come oracolo. Fumo, sale, cenere e verticale eleganza. Il Nerello Mascalese è il Pinot Nero del vulcano: parla sottovoce… ma dice tutto.


CONCLUSIONI – IL VIAGGIO CONTINUA


Mille vitigni, mille artigiani, mille stili.

Ma una sola certezza: il vino italiano non è un coro. È un’orchestra.

E quando i vignaioli indipendenti accordano i loro strumenti… il terroir diventa musica.


Il racconto continua.

Bicchiere dopo bicchiere.

Storia dopo storia.


E chissà… magari proprio alla prossima fiera.



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